Una sottile linea rossa ovvero la grande illusione

Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo

George Santayana, filosofo e poeta spagnolo

Sebbene il passato ci fornisca numerosi esempi degli effetti devastanti causati dalle crisi finanziarie, parafrasando John Maynard Keynes, tra i più illustri economisti del XX secolo:

Il mondo potrebbe essere lento a capire che siamo all’ombra di una delle più grandi catastrofi economiche della storia moderna

Indice CPFTTOT (linea rossa) e indice SPX (linea bianca) dal 1995 al 2020 – Fonte: Bloomberg

La linea rossa

L’indice CPFTTOT (linea rossa) restituisce un aggregato dei profitti generati dalle aziende americane quotate e non alla borsa valori. Può essere considerato una misura affidabile della redditività complessiva delle aziende e di riflesso dello stato di salute dell’economia USA. Come si evince dal grafico, a partire dal 1985 ha avuto una correlazione positiva con la performance di uno dei maggiori indici azionari, lo Standard & Poors 500 (linea bianca), che comprende le 500 maggiori aziende americane pesate in base alla loro capitalizzazione. Tale correlazione non sorprende visto il ruolo che le più grandi aziende americane quotate hanno sull’andamento complessivo dell’economia americana. In effetti, si nota come ciclicamente il prezzo dell’S&P500 abbia seguito con un certo ritardo l’andamento crescente dei profitti delle aziende.

Fino al 2000

Questa convergenza, del tutto normale e giustificabile, è venuta meno per la prima volta, in maniera eclatante, in coincidenza con lo scoppio della bolla della “New Economy” che culminò nel crollo delle borse del 2000. La New Economy, il cui inizio si fa risalire alla quotazione di Netscape Communications nel 1994, si contrapponeva alla Old Economy, basata prevalentemente sul settore manifatturiero. Dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso la bolla speculativa legata alle nuove tecnologie informatiche e alla diffusione di Internet portò alla crisi delle cosiddette aziende Dot-com che terminò tra il 2001 ed il 2002, dopo aver subito anche le conseguenze degli eventi dell’11 Settembre. La sequenza attraverso la quale si sviluppò riprende il classico iter di qualsiasi crisi generata da una bolla speculativa come peraltro già sperimentato nella storia fin dal sedicesimo secolo con i tulipani, nel 1840 in occasione del boom ferroviario, nel 1920 con automobili e radio, nel 1950 con riferimento ai transistor elettronici e infine nel 1980 con gli home computers e le biotecnologie.

Solamente la metà delle società quotate nel 2000 erano ancora attive nel 2004, con quotazioni infinitesimali rispetto ai massimi riscontrati nel pieno della bolla.

Yahoo! dal 1999 al 2001  – Fonte: Bloomberg

Time Warner dal 1998 al 2003  – Fonte: Bloomberg

La filmografia della finanza è ricca di esempi che nel corso degli anni hanno cercato di raccontare questo mondo e di spiegare le crisi finanziarie. 

Uno dei più celebri è sicuramente “Wall Street” del 1987, ispirato alla vita dell’imprenditore statunitense Carl Icahn, che narra le vicende del protagonista Gordon Gekko, impersonato da Michael Douglas vincitore di un premio Oscar, di un Golden Globe e di David di Donatello per questa pellicola, potente e scaltro squalo della finanza nella metà degli anni ‘80.

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Un altro personaggio che ha ispirato Hollywood è sicuramente Jordan Belfort, imprenditore statunitense, arrestato nel 1996 per frode e riciclaggio di denaro, che durante gli anni di carcere scrive un libro sulla sua storia “The Wolf of Wall Street” (il lupo di Wall Street) da cui sarà tratto l’omonimo film del 2013 con protagonista Leonardo DiCaprio e diretto da Martin Scorsese. Lo stesso Belfort appare in un cameo alla fine del film.

Successivamente, tra il 2003 e il 2004 una volta che i due indici si sono nuovamente riallineati, si è assistito a una salita alquanto ripida (ma ben supportata dalla ripresa dei fondamentali) fino alle porte della Crisi Finanziaria Globale del 2007-2008. Nel 2008 l’economia in tutto il mondo subì la crisi più grave dai tempi della Grande Depressione del 1929. Alle origini di questa crisi, che come nel 1929 scoppiò negli Stati Uniti, c’erano stati una serie di cambiamenti nel sistema finanziario, ma il vero e proprio evento scatenante fu un enorme calo nei prezzi delle case. Questo calo danneggiò il sistema finanziario americano (banche, compagnie di assicurazioni, società che emettono mutui, etc.), ma anche numerose industrie che dipendevano dai crediti delle banche, che nel frattempo smisero di prestare denaro. 

Anche in questo caso “Hollywood” non perse l’occasione di spettacolarizzare l’evento con una serie di film tra i quali la celebre pellicola, “La Grande Scommessa” (The Big Short, 2015), in cui l’eccentrico gestore di un fondo hedge Michael Burry (l’attore Christian Bale nella finzione), dopo aver scoperto nei mutui subprime una potenziale causa di alto rischio sistemico, era finito quasi sul lastrico ‘scommettendo’ in anticipo sul crollo del mercato immobiliare negli USA. Consigliamo la lettura del libro omonimo del giornalista Michael Lewis del 2010 che narra le vicende reali di quattro investitori (Michael Burry, Jared Vennett, Charlie Geller e Jamie Shipley): anche per i non addetti ai lavori, le pagine di questo volume possono far intuire i complicati meccanismi che stanno dietro la finanza mondiale.

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I più forse ricorderanno le parole di Gordon Gekko, l’antagonista del film “Wall Street – Il Denaro Non Dorme Mai” (sequel di “Wall Street” del 1987), magistralmente interpretato da Michael Douglas, il quale sosteneva: “Qualcuno mi ha ricordato che ho detto una volta che l’avidità è giusta… Pare che oggi sia diventata legge”. 

Nel primo film, infatti, Gordon Gekko pronunciava quella frase mentre ora, egli, dopo aver scontato alcuni anni di galera per i fatti accaduti nel primo film, tenta, invano, di avvertire il mondo dei pericoli di una nuova crisi finanziaria (quella del 2008).

Il suo pensiero rappresenta una buona approssimazione di quanto è avvenuto per la borsa dai multipli ormai insostenibili gonfiati dal crescente e dissennato utilizzo della “leva finanziaria” che ha portato il mercato azionario a perdere nello spazio di pochi mesi quasi un terzo del suo market cap.

La crisi del 2008

La crisi di fiducia che ha presto contagiato il mercato interbancario generando importanti conseguenze a livello globale anche sull’economia reale (non a caso si è poi parlato di ‘Grande Recessione’) ha fatto precipitare l’indice azionario americano sotto i 670 punti con una perdita di oltre il 50% nel periodo dal luglio 2007 al marzo 2009.

Indice SPX dal 2007 al 2009 – Fonte: Bloomberg

Dal 2008 a oggi

Da allora è stata la ripresa robusta e continuativa degli utili delle aziende a trainare le azioni, portando l’S&P a superare di slancio il massimo precedente alla crisi e quasi a triplicare il suo valore (oltre quota 2000). Tale crescita degli utili (earnings), senza dubbio favorita da una politica monetaria estremamente accomodante da parte della Federal Reserve americana (con tre piani di Quantitative Easing e tassi d’interesse in costante calo) ha subito una battuta d’arresto significativa nel 2014 in seguito all’annuncio dell’allora presidente della FED Ben Bernanke del progressivo smantellamento della politica di stimolo monetario (il cosiddetto taper tantrum): da questo punto in avanti il grafico evidenzia come i profitti si siano di fatto assestati in un range abbastanza stretto, con qualche picco occasionale poi subito riassorbito, e ciò nonostante l’ulteriore spinta data dalla riforma fiscale particolarmente propizia alla Corporate America varata dall’amministrazione Trump nel dicembre 2017. Tuttavia l’equity, incurante della stagnazione dei profitti, ha proseguito, pur con qualche scossone (vedi fine 2018), la sua corsa apparentemente inarrestabile fino ai giorni nostri, quando ha fatto segnare il nuovo massimo storico sopra i 3300 punti.

Conclusione

Ora, senza azzardare previsioni che potrebbero rivelarsi avventate nel prossimo futuro, resta da domandarsi quale potrebbe essere il catalyst, l’evento scatenante che possa portare prezzi delle azioni e profitti a riconvergere nel medio-lungo termine, come avvenuto nelle precedenti occasioni. Il sospetto nel contesto attuale è che possa bastare davvero poco, per esempio un aumento inatteso del rischio di recessione in un ciclo economico dove ormai da anni si è innescata una spirale di deflazione (se non stagflazione) oppure un virus a caso (per esempio l’attuale coronavirus COVID-19) che, se non gestito correttamente, ipoteticamente trasformatosi in pandemia, potrebbe stravolgere le previsioni macroeconomiche attese a livello globale.

Tuttavia, scomodando Schopenauer:

L’errore nasce sempre dalla tendenza dell’uomo a dedurre la causa dalla conseguenza