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La Grecia e il peccato originale

La Grecia e il peccato originale

L’ultimo annuncio di Tsipras, che vuole indire un referendum sulla proposta Europea di aiuti alla Grecia, sembra proprio la classica risposta del politico di professione: quando c’è da mettersi nei guai, fanno da soli. Quando è ora di prendersi le proprie responsabilità, è ora di richiamarsi ai “principi democratici”.  Se avesse voluto litigare con il 50% dei voti a favore, doveva chiederli prima di perdere tre mesi tra ricattini e promesse che non poteva mantenere.
Intanto, mentre si aprono le urne, si chiudono i bancomat.

Eppure… Secondo me non è possibile capire come sta finendo questa crisi, senza capire come è iniziata. Ed è iniziata molto tempo fa, quando la Grecia non era tra i candidati all’ingresso nell’ Euro. Ed è iniziata per colpa della Germania (bravo Varoufakis, hai capito il colpevole ma non la colpa), e pensate un po’ che romanticismo, per Amore.

Infatti, quando si iniziò a parlare dell’Euro, non era neanche prevista la possibilità che paesi “deboli” per loro scelta entrassero nell’Euro. I requisiti dovevano essere stringenti, sia come rapporto Debito/PIL, che come rapporto deficit/PIL. E inoltre, nell’idea iniziale doveva entrare un parametro che con il senno di poi dimostra in maniera conclusiva come il romanticismo tedesco sia stato l’apice di una visione fantasiosa: bisognava essere intellettualmente onesti.
E invece… “Omnia vincit amor et nos cedamus amori“ [Virgilio, Bucoliche X, 69].

Quando si trattò di verificare quali paesi erano in grado di entrare nell’Euro, si vide che in sostanza il criterio era questo: se parlavi una lingua di ceppo sassone (o ugro-finnico) eri in grado di entrare, se la lingua nazionale era neolatina, non possedevi i requisiti per entrare. A quel punto però, l’amore fece sì che quando la Francia chiese una piccola eccezione al buon senso, sbattendo le ciglia e corrugando il nasino alla francese… Et voilà, l’amore Tedesco fece il miracolo!

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Infatti, il governo Francese prese gli attivi del fondo pensione di France Telecom, di cui era l’azionista di controllo, li portò a scarico del debito pubblico, e in cambio si assunse l’onere futuro di pagare le pensioni ai dipendenti. Questo, in un sistema in cui il contabile Tedesco fa i conti giusti, è una operazione in sostanza di segno incerto, molto probabilmente nullo, e sotto assunti non particolarmente lunari l’impatto può essere negativo.

Per chi è interessato alla parte tecnica, il segno dipende dalla differenza tra il patrimonio iniziale “saccheggiato” ed il valore attuale degli impegni pensionistici futuri. Nella formula entrano tassi, tabelle di mortalità alle varie età di pensionamento, variazioni di età pensionabile etc. Non perdetevi in statistiche, l’unica variabile da controllare è la vicinanza tra età pensionabile ed vita media residua del pensionato. E nessuno stato ha spostato subito l’età pensionabile tranne la Germania.

Ma dato che abbagliato dal sorriso francese il contabile si dimenticò di tenere conto del passivo, la Francia venne ammessa all’Euro nella prima fase.

Il progetto dell’euro venne assalito da pretendenti vari alle grazie tedesche. Il livello assoluto di rapporto debito/PIL scomparve in pratica dai requisiti. L’Italia, con una manovra “lacrime e sangue”, in cui le lacrime erano quelle del Diritto, entrò. E nella manovra di Amato, la parte pericolosa era il prelievo sui conti correnti: infatti, presumere che la disponibilità di denaro già tassato all’incasso fosse da tassare ulteriormente rende la corsa ai Bancomat una certezza; l’unica incertezza è il tempo. E quale paese lo paga, in questo caso la Grecia.

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La Francia dunque entrò a pieno titolo. Ancora adesso, l’Europa delle manovre di austerity ha una sede a Straburgo (Francia) ed una a Bruxelles, con circa 34.000 burocrati che lavorano solo per noi.

E come entrò la Grecia? Mais naturellement, con un bel trucchetto.

Nell’articolo, si dice che “[…]Eurostat’s reporting rules don’t comprehensively record transactions involving financial derivatives. The Maastricht rules can be circumvented quite legally through swaps[…]”

Ovvero, le regole di scrittura dei bilanci pubblici non registrano i derivati a bilancio. Le regole di Maastricht possono essere eluse legalmente tramite derivati.

C’è da chiedersi chi ha scritto le regole. E soprattutto, perchè non si è auto squalificato da scrivere regole sui derivati: non si può non capirne quando non conviene, e capirne quando conviene. Ma come si è detto, l’amore… Peraltro, la stessa cosa è successa a Monte Paschi, quindi è vero che i peccati dei padri ricadono sui figli. Degli altri.

Comunque, la Grecia tramite un ardito trucco contabile entrò nei parametri, e nessuno cercò di scacciare i mercanti dal tempio. Si creò una aristocrazia della contabilità creativa che permise ai governi di non comportarsi come le famiglie, che spendono se guadagnano.

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E quindi dove siamo adesso? Il sistema europa si sta rompendo ai margini, ma la faccia buona di una pressione fiscale assurda è che non c’è più un mercato da rompere. Ad annientare il residuo meccanismo di segnale dei prezzi sugli andamenti economici ci ha pensato Mario Draghi: il QE rende improbabile che ci siano reazioni convulse sui mercati finanziari. O meglio: Draghi stampando moneta oggi usa i soldi dei suoi pronipoti per soffocare la possibilità che i nonni decidano.
La cosa preoccupante è che mentre io do all’80% che ci sia in ogni caso l’introduzione di controlli di capitale in Grecia, i giornali e l’intellighentsia pensa diversamente: quindi, lo scenario più rischioso è che trovano un accordo ed i controlli di capitale ci sono comunque. Infatti, nessuno lo prevede o ha pensato a come pararlo.

Eppure, un po’ di soluzioni ci sono: dall’extraterritorialità delle banche, a cose meno appetibili come l’aumento dei tassi. Altrimenti la più grande espansione della massa monetaria dai tempi di Weimar potrebbe condurre a risultati spiacevoli.

Ma, in conclusione, trovo triste che un partito come Syriza, che si dichiara di sinistra si sia dimenticata una frase: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. “ [Karl Marx]

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