Guerra al contante: come distorcere la realtà pur di aver ragione

Ci si può persino arrampicare sugli specchi, ma la matematica non è un’opinione.

Ogni giorno, da alcuni mesi, siamo sommersi da una serie di articoli, notizie e servizi che riguardano la lotta all’utilizzo dei contanti in favore della moneta elettronica: il tutto argomentato dalla lotta all’evasione fiscale. Ma è davvero così?

Questa guerra è in atto un po’ ovunque, dall’Europa al Giappone: combinazione proprio qui. Perché? Lo vedremo dopo.

Qualche giorno fa è uscito un articolo su un giornale di finanza dall’allarmante titolo:

Soldi sotto il materasso, pessimo affare: in 20 anni mille euro sono diventati 588

Ma siamo sicuri? Ci sembra un po’ troppo. Analizziamo attentamente l’articolo.

Occasione persa

La prima parte dell’articolo è malinconica: la nostra Italia che si fa scappare le occasioni, le famiglie e le aziende italiane che stanno perdendo (ottime) possibilità [di guadagno, NdR] tenendo i soldi in contanti o sul conto corrente.

A parte che ci piacerebbe sapere anche a noi dove possiamo trovare queste possibilità di guadagno sui mercati finanziari (dal 2014 i tassi di interesse sono precipitati a livelli storicamente mai visti), ma questi fantomatici treni che l’italiano medio si sta perdendo… Cosa c’entrano con la lotta al contante?

Erosione del potere d'acquisto

A questo punto entriamo nel vivo dell’articolo: i soldi che non vengono investiti (in mobili o immobili, aziende o altro) sono destinati ad andare incontro a perdita del potere d’acquisto.

Nell’articolo c’è scritto in grassetto, giusto per essere chiari: 

Chi avesse messo mille euro sotto il materasso 20 anni fa, oggi avrebbe ancora mille euro in termini nominali. Ma in termini reali, cioè tenendo conto che la pur minima inflazione riduce il potere d’acquisto, quei mille euro oggi varrebbero 588 euro.

Indice ITCPFOI (inflazione italiana incluso il tabacco) dal dicembre 1998 al dicembre 2018: + 40,38% – Fonte: Bloomberg / ISTAT

Secondo l’articolo, invece, tale indice segna un +41,2%, ma sorvoliamo sull’errore di copiatura.

Se facciamo la sottrazione 1.000 – (1.000 * 0,412) otteniamo effettivamente 588, come dice l’articolo. Sembra proprio che i nostri sudati 1.000 euro siano diventati 588!

Se prendiamo l’Argentina nello stesso periodo (1999-2019) l’inflazione cumulata è pari al 136%: cosa significa? Non solo i 1.000 pesos di mio zio emigrato alla fine degli anni ’40 del secolo scorso sono scomparsi: addirittura, poveretto, deve dare al “mostro” inflazione 360 pesos. Ma come è possibile? L’inflazione si prende anche i soldi che mio zio non possedeva vent’anni fa? Esatto, non è possibile. Il conto dell’articolo è sbagliato.

Facciamo bene i compiti.

Nel 1999 avevo 1.000 euro. In questi 20 anni quei mille euro non li ho toccati, sono rimasti in una busta chiusa nel cassetto sotto le mutande. Ora di quei soldi, quanti ne ho oggi? Beh la realtà dei fatti mi spinge a affermare con sicurezza: “Se apro la busta ho sempre 1.000 euro”: il problema dov’è? 

Venti anni fa con quei 1.000 euro potevo comprare una serie di beni/servizi per un valore di mille euro: adesso quell’insieme di beni/servizi costano 1.412 euro.

Quindi io adesso ho: 1.000 diviso 1.412 moltiplicato 100 ovvero circa il 71% del potere d’acquisto di oggi rispetto a venti anni fa. Ne consegue che l’erosione del potere d’acquisto è stata del 29% (100 sottratto 29).

Nonostante gli allarmismi dell’articolo possiamo tirare un sospiro di sollievo: l’erosione del potere d’acquisto data dall’inflazione è del 29% e non del 41%!

Se facciamo bene i conti di algebra vediamo che i nostri famosi 1.000 euro del secolo scorso diventano 710: 1.000 – (1.000 * 0,29).  

Questa non è materia di finanza o di economia, qui si tratta di saper far di conto.

Leggendo, sembra che l’autore dell’articolo sia innocente: i difficilissimi conti sono stati eseguiti per la testata giornalistica da terzi

Ci auguriamo per i prossimi articoli che sia il giornalista che il suo contabile, rispettivamente controllino i dati e abbiano delle basi di matematica.

La ricchezza appassisce

Nella seconda e ultima parte ci sono ulteriori tentativi di difendere l’indifendibile: le spese del conto corrente, uno studio della durata di 100 anni sui mercati finanziari (ci sono state due guerre mondiali nel mezzo, NdR) e altre argomentazioni che non abbiamo cuore di sviscerare.

Conclusione

Questo strafalcione aritmetico è passato in cavalleria e il motivo è molto semplice: come mai proprio in Italia o in Giappone c’è la guerra al contante?

In quali paesi ci sono tassi di interesse così bassi da far desistere la popolazione a investire nei mercati finanziari? Esattamente, proprio quelli di cui sopra.

E cosa succede quando la popolazione di uno Stato lascia i soldi sotto il materasso o sul conto corrente? Succede che la grande e potente industria della finanza (banche, fondi, etc.) vedono calare drasticamente i loro ricavi.

Cosa c’è di meglio, quindi, per convincere le persone a fare qualcosa che non hanno voglia di fare? Si può, per esempio, distorcere la realtà nella speranza che qualcuno abbocchi.

Il tutto nel mese dell’educazione finanziaria: questa si che è stata un’occasione persa… Per fare un po’ di sana informazione.

Il buon proposito di mettere un freno all’evasione fiscale? Sembra in secondo piano rispetto ai guadagni delle banche.