Aggiornamento metà 2020

L’elemento caratterizzante di questi primi cinque mesi del 2020 è sicuramente l’emergenza sanitaria che ha colpito, in vari momenti e con intensità diverse, tutto il mondo.
L’epidemia da Covid-19 ha naturalmente avuto effetti negativi sui prezzi degli asset finanziari, anche se nelle ultime  settimane c’è stato un parziale recupero rispetto ai minimi toccati tra le metà di marzo e i primi di aprile.
Nonostante questi recenti rialzi, il bollettino generale è pesante, soprattutto per le azioni: da inizio anno, la borsa italiana lascia sul campo circa un quarto del suo valore (-25% circa), come la Spagna, la Francia fa meno 22%, e in generale l’indice Eurostoxx, che misura l’andamento delle azioni europee, perde circa il 20%.

Va decisamente meglio oltreoceano, dove lo SPX500 limita i danni a un meno 9%, e addirittura il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, meno colpiti dagli effetti economici della pandemia, guadagna qualcosina (+3%).
In Asia la crisi ha colpito di più la borsa di Honk Kong (l’indice Hang Seng registra un meno 18% dall’inizio del 2020), mentre va meglio in Giappone, che, oltre ad avere avuto meno contagi rispetto alla popolazione, vede il Nikkey perdere un 10% scarso.
I timori per le conseguenze economiche dell’epidemia di coronavirus hanno pesantemente interessato anche molte materie prime: il prezzo del petrolio è praticamente dimezzato dall’inizio dell’anno, ma le cose a fine aprile andavano anche peggio.
Il massiccio intervento di tutte le banche centrali ha rassicurato un po’ il mercato obbligazionario;  i bond, soprattutto quelli a breve scadenza, hanno limitato i danni, con perdite diffuse certo, ma contenute.
Così l’impostazione generalmente prudente  ha evitato guai significativi; addirittura il risultato è migliore rispetto alla metà di marzo.

Prospettive

Due aspetti sono di grande preoccupazione, a nostro avviso, in questo scenario.
Anzitutto i mercati azionari, per le aziende di alcuni settori, sembrano ignorare i rischi sugli utili prospettici rispetto a un PIL che subirà una contrazione fortissima nel 2020 (si parla di un meno 7% a livello mondiale, e proprio ieri il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue stime), mentre il recupero del 2021 è un auspicio, ma del tutto incerto nei tempi e nella dimensione.
E poi le misure di sostegno all’economia adottate dai vari paesi porteranno inevitabilmente un innalzamento generale dell’indebitamento pubblico; l’Italia, in particolare, con i soli capitoli di spesa previsti dai vari decreti fino a oggi, oltre al minore gettito fiscale dovuto allo stop sostanziale delle attività per circa tre mesi, a settembre sfiorerà i tremila miliardi di euro, circa il 160-170% del PIL 2020.

Il debito appare difficilmente sostenibile con i tassi di crescita, anche i più ottimistici, ipotizzabili per l’economia italiana in futuro. Rispetto agli altri paesi dell’eurozona il PIL pro capite tricolore (prodotto interno lordo diviso il numero di abitanti) è molto disallineato: l’Italia è l’unico paese europeo che dall’inizio del secolo mostra un decremento della produzione di reddito pro capite a valori costanti (vedi tabella qui a fianco).

Secondo l’OCSE, il debito pubblico che grava su ogni cittadino italiano è di oltre 62.000 dollari, mentre nel 2007 il debito pubblico pro capite italiano era di poco più di 37.000 dollari.
Solamente la politica monetaria non convenzionale della BCE sembra poter sostenere questa situazione: i programmi di acquisto di titoli di stato senza limiti messi in campo dalla Banca Centrale nell’ultimo lustro, e incrementati ulteriormente pochi mesi fa a causa del Covid-19, hanno messo sinora al riparo l’Italia dalle conseguenze di questo continuo incremento del debito. Incremento che non pare avere argine, almeno nell’immediato.
Quindi la prudenza permane, salvo però verificare gli effetti sull’economia reale dell’epidemia di Coronavirus.